Conspirancy – Tradimento al Re Eterno

…Ogni parete della stanza privata del Re era illuminata dalla luce flebile di gemme incantate, ciascuna accuratamente disposta sulla cima di alcuni simulacri in marmo dalla forma simile ad una candela. Quella camera era il cuore dell’intero castello, e nessuna luce dall’esterno era capace di raggiungerlo.

Il tavolo era largo abbastanza per sedervici in dodici, ma solo due stavano cenando quella notte. Il Re Brago, dalla pelle pallida e screpolata come una pergamena, giaceva su di una sedia finemente decorata in oro. La sua ospite, Selvala, era accomodata al lato opposto. A separarli vi era un radioso banchetto. Il piatto del Re era vuoto, quello dell’elfa intoccato.

”Perché stiamo ancora percorrendo questo sentiero che vi porterà a null’altro, se non alla rovina, mio Re?” C’era della durezza nelle sue ultime sillabe, come lo stridio di un filo di rame. ”Perché dobbiamo continuare ad ingannare noi stessi? Comprendo il vostro dolore nel rivedermi in pensiero per voi, ma il mio dolore sta nel vedere quello che siete diventati.”

Le pupille del regnante guizzarono all’istante, ma il suo corpo rimase immobile per molti di quegli attimi così intensi, finché una voce roca sibilò fuori dalle sue labbra incrinate:

”Poiché tu mi aiuti a ricordare.”

L’elfa Selvala scosse la testa: ”Non è una valida giustificazione, non più. Forse la sarebbe stata, prima di tutto questo. Prima che la cosa ci fosse scivolata di mano”. Ella agitò la mano in sua direzione, una smorfia di disgusto affiorò sul suo viso: ”Che voi riusciate a ricordarvi di lui o meno, voi non siete più il Re di quei tempi ormai andati. Io ricordo quell’uomo. Quell’uomo era mio amico, e vedendovi giacere sul suo trono, indossando soltanto ciò che è rimasto del suo volto, è un oltraggio nei suoi confronti. Un affronto a quel che rappresentava una volta.”

Il corpo del Re Brago sussultò, mentre dalla sua bocca serpeggiò via un rantolo soffocato. Selvala riconobbe quel farfuglio come fosse una sorta di risata: ”Forse, ti avrei dovuto ascoltare. Oppure sei tu che avresti dovuto farmi ascoltare.”

La faccia di Selvala arrossì dall’ira. ”Oh, no! Non osate tentare questa scorciatoia, vi avvertii con tutta l’anima quando vi dissi di non permettere ai Custodi di iniziare il loro rituale.”

”Ma voi avete desistito. Avevamo ancora così tanto da fare, per la città.”

Selvala socchiuse poi gli occhi. Il Re, quella sera, disse più di quanto era solito fare.

”Ebbene, cosa vi sta accadendo, amico mio? Cosa vi è cambiato nell’anima?” L’ira spirò via dalla sua voce per lasciar posto all’indulgenza.
”In origine, Condividevamo un ideale.”

La città era giovane, come una fanciulla. Giovane e ottimista, ambiziosa del proprio futuro, e il conte Brago aveva in sé gli stessi valori. Terzogenito di una delle casate minori del piano di Fiora, le sue ambizioni sarebbero state limitate, altrove. Ma non qui. Non in questa città. Poiché nella Città Alta di Paliano, l’ambizione era l’unico limite posto davanti ad ogni individuo. E il giovane Brago aveva dalla sua parte la virtù della lungimiranza. Il suo sguardo guardava ben più lontano di quanto potessero vedere i meschini rancori e la burocrazia. Sapeva mirare oltre ciò che è fugace, oltre le mode effimere. Oltre le mere, quanto infinite dispute per accaparrarsi la fama. Cos’è la fama? Nient’altro che spiccioli della gloria. Il suo cuore pulsava all’unisono con il suo essere. Vedeva nel suo futuro la gloria che lo stava attendendo, e ne rimase ammaliato. Ma, per arrivarvi, lo attendeva un tempestoso quanto crudele cammino di sacrifici. Egli non avrebbe potuto percorrere quel cammino, non da solo.

”Ah! E voi mi state parlando di visioni così utopiche? Fu ormai settanta anni fa, folle vecchio. Sì, sì, quando ancora condividevo la vostra stessa follia, allora credevo in voi. Quando le vostre parole parevano miele, così dolci da farci credere chiunque. Le stesse parole che rendono un tradimento ancora più amaro, caro vecchio.”

”Tradimento?!” La voce di Brago si levò, questa volta con un tono più umano: ”Mai. Io non ho mai perso di vista ciò che era meglio per la città. Nemmeno ora. Non ti ho tradita. Non ho tradito questo paese.”

I due erano inseparabili, lavorarono perfettamente l’uno al fianco dell’altra. Lui era il terrore per qualunque tribunale o camera di concilio. Le sue argomentazioni impeccabili, il suo carisma irresistibile a chiunque. Radunò attorno a sé un’importante coalizione, fra nobili, clero e classe mercantile. Membri provenienti da ogni ceto sociale si affiancavano a lui. Estirpò la corruzione e al suo posto piantò i semi dell’umiltà, del rispetto e della solidarietà fra le genti. Sempre più potere si stava così riversando nelle sue mani.

Lei era amata dal popolo. Qualunque enclave o comunità popolana tenevano sempre le porte aperte a lei, nonostante gli indicibili segreti in essi celati. Lottò per i diritti degli stranieri, convinse la nobiltà a rinunciare a parte dei suoi privilegi che opprimevano il popolo, ancora prima che il popolo insorse per destituirla. Con i loro sforzi riuniti assieme forgiarono l’intera Paliano, su Fiora, istituendo una costituzione di leggi approvata nella più completa unanimità da tutta la società di allora.

”Non solo avete perso di vista tutto ciò che una volta stava dando valore alla vostra stessa vita, ma perfino a quella di coloro che serviste. Quanto tempo vi ci volle per capire che ciò che i Custodi stavano facendo era ben altro del curarvi?”

”Quella ERA la cura. La mia salute non avrebbe dovuto interferire fra noi e le nostre aspirazioni. Non credi? Non avresti voluto così anche tu?”

”Tutti muoiono, Brago! Tutti invecchiano e tutti muoiono. la morte non fa distinzione fra Re e contadini.”

Brago rise di nuovo, una risata ben più profonda questa volta. ”Elfa, ti è facile dirlo. A malapena sembri di qualche anno più vecchia, dopo decenni, e decenni passati dal nostro primo incontro. Non puoi sapere cosa avresti fatto tu, al mio posto.” Selvala abbassò lo sguardo, sospirando: ”Forse no.”

Infatti, il Re Brago rimase al trono soltanto per tre anni, quando il dottore gli diagnosticò un grave morbo. Ereditario ed incurabile. Non sarebbe arrivato vivo alla fine del quarto anno. Selvala ne rimase devastata, Brago fu scosso nell’anima. Quando dei sacerdoti si presentarono al suo cospetto, narrandogli dell’esistenza di un trattamento che gli avrebbe permesso di preservare magicamente il suo corpo nel tempo, ma rimase scettico.

I due discussero dell’argomento, dibattendovi intensamente. Non gradiva l’idea di affidare la sua esistenza nelle mani del clero, ma d’altro canto temeva l’idea di sapere cosa sarebbe successo semmai il nuovo Re sarebbe morto prematuramente. Le alleanze che costruirono con estrema fatica si sarebbero frantumate in un battito d’ali. Ahimé quella città radiosa sarebbe tornata soltanto cenere scintillante, in così poco tempo. Alla fine di tutto, l’elfa Selvala e il Re Brago cedettero. I Custodi si riunirono ed intrapresero quel trattamento. Il Re visse. Ad ogni trattamento continuava a vivere, e visse ancora.
”La storia mi giudicherà con benevolenza, per tutto quello che abbiamo realizzato, per tutto il bene che abbiamo seminato in Fiora, così raro in questo mondo di cospirazioni infinite. Era l’unica via.”

”Brago, semmai avessi dovuto udire tali parole dalle labbra di un altro uomo, egli sarebbe stato un tiranno.”

Il Re si ammutolì di nuovo: ”Selvala, non ci saranno più rituali.”

Ella ne fu scossa, sia la gioia, sia la paura balenarono sul suo volto. Si alzò, si avvicino al suo fianco e vi si inginocchiò d’innanzi. Prese la secca mano del Re e la strinse fra le sue. Non era né calda, né tanto meno fredda. Al tocco pareva di toccare null’altro che una vecchia rilegatura in pelle di un libro. ”Brago, questa è la scelta giusta. Mi mancherete, per tutto quello che abbiamo compiuto insieme, ma questa è la cosa giusta da fare.”

Il Re tossì un crepitante sibilio: ‘No, non è come sembra. Non ci sarà più alcun trattamento, poiché ormai si sono perpetrati fin troppo a lungo. Ma io non posso morire, Selvala. Devo vivere, ma non sospinto da questo incantesimo: benedizione e maledizione allo stesso tempo. Così andando, la mia mente marcirà in questa gabbia di pelle e ossa. Il processo è già iniziato. I miei occhi sono del tutto andati, consumati. Non posso più mangiare, non posso più riposare. Ora non sento più nulla, ma ho sofferto a lungo. Ora, rimpiango quel dolore.”

Selvala balzò in piedi, furiosa, impugnò istintivamente il manico del suo pugnale da caccia ancora infoderato. ”Quegli immondi! Come vi hanno ridotto con la loro magia?! Per tutto questo, io dovrei…”

Brago sollevò leggermente una mano: ”No, No. Muovi la tua rabbia, ma contro il mio corpo. Dove potrà servirti. Selvala, amica mia, comprendi che io non posso morire per natura. I trattamenti dei Custodi sospingono la mia vita. Ma la morte attende anche me. E tu sei una delle sole tre persone in questa città a cui non è proibito portare un’arma in mia presenza.”

L’elfa chiuse i suoi occhi. Non appena le pronunziò quelle parole, capì che avrebbe dovuto farlo per lui. ”Re Brago, voi siete stato un maestoso sovrano e un brav’uomo. Selvala lo fissò negli occhi occhi cerulei ed estrasse il coltello: ”Vi perdono.”

La lama trapassò il cuore dell’uomo una volta sola. Non vi fu la minima resistenza, come pugnalare un sacco di grano. Il suo corpo ancestrale iniziò a disfarsi quasi immediatamente e si fece polvere, sussurrando a malapena tre parole: ”Non lo farai.” Selvala uscì dalla sala del banchetto, gettando a terra il pugnale. Le guardie la scortarono fino all’uscita senza proferire parola.

I Custodi apparvero dal nulla, serpeggiando man mano attorno al trono, ormai freddo e vuoto. Tenevano le braccia congiunte, nascoste all’interno delle loro lunghe tuniche, tanto per tenersi al caldo quanto per rispetto. Delle facce grigie come il marmo, dagli sguardi duri, facevano capolino sotto i loro copricapi ricamati. Formarono dunque un cerchio e il più anziano parlò per tutti: ”Il Re è morto. Conterremo il diffondersi della notizia quanto più possibile, ma la verità farà presto ad evadere da queste mura. Ma prima di ciò, se desideriamo mantenere intatto il potere che abbiamo ottenuto, abbiamo ancora tanto lavoro da svolgere.”

La temperatura nella sala si abbassò improvvisamente e le luci scemarono, indebolite. Una presenza fece ufficialmente il suo ingresso all’interno della stanza, Fredda e furiosa.

Una nebbia azzurrina iniziò a raggrumarsi ovunque, quella stessa nebbiolina spirava con intensità fuori dalle fessure del pavimento. Alcuni dei Custodi sussultarono e indietreggiarono intimiditi. La bruma si stava facendo sempre più compatta, si addensava man mano, fluiva nella sala oramai come un fiume in pieno tumulto.

I Custodi si spaventarono per tutto ciò; una situazione a loro imprevista, si scambiarono degli sguardi velati fra loro, per un qualunque segno che potevano comprendere. Non trovando alcun conforto, i sacerdoti iniziarono a guardarsi attorno in maniera sempre più frenetica.

Uno sfavillio sempre più iridescente apparve davanti al trono. La nebbia si plasmò nella forma di un uomo, e l’armatura, attimi prima eterea, divenne d’istante solida. Lo sguardo cupo di quella figura puntava su quel manipolo di Custodi. Quei preti si accasciarono in preda alla paura, ma anche quella figura nebbiosa pareva averne, dal canto suo, per quello che stava avvenendo.

”Non farete nulla del genere. Annuncerete tutto quanto è successo, dalla prima all’ultima sillaba. Direte che la grande opera dei Custodi è dunque completa. Che il vostro Re è risorto, in una mente ancora più forte di prima, ora libero dalla sua prigione, libero dal suo corpo. Questo sarà un giorno da celebrare.” La voce di quello spirito era profonda e severa: ”Celebreremo la riuscita della vostra opera! A meno che voi non vogliate insinuare che il vostro rituale aveva un altro fine, all’infuori di questo?”

I Custodi rabbrividirono dal panico. Cominciarono a balbettare del tutto confusi. Fino a che l’anziano si fece avanti.

”Ovviamente, come dite voi, vostra maestà. Nessun’altro fine se non la vostra gloria eterna; che nessuno dubiti delle vostre parole.” Si voltò alle spalle, fulminando con lo sguardo i suoi adepti.
Si inginocchiarono tutti, cantandone le lodi:
”Ave, nostro Re!”
”Ave al Re Brago.”
”Lode al Re Brago, l’Eterno.”

Si ringrazia Metagame.it per la traduzione dell’articolo, nella fattispecie nella persona di Massimiliano Dini, la revisione è ad opera di Diablo, sempre di Metagame.it

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